
Catia Castagna e Galliano Mariani recitano l’Agamennone tradotto da Pier Paolo Pasolini, Centro Habitat Mediterraneo Lipu Ostia, 1° novembre 2009
Bisogna dire subito senza preamboli reverenziali o falso bigottismo che Pier Paolo Pasolini è sempre stato e rimane ancora oggi un emarginato.
Una figura eclettica e per certi versi istrionica, un’anima geniale che ha offerto al mondo, buttando in pasto al popolo ignorante, la sua arte senza alcuna sovrastruttura o caricatura.
Si è offerto nudo di fronte alla realtà che lo circondava e ha cercato di analizzare non solo il contesto storico nel quale viveva ma anche e soprattutto gli scenari futuri.
Uomo dalla rara onestà intellettuale si è inimicato tutti i poteri forti del suo mondo, dai governanti, alla Chiesa e persino quel partito Comunista al quale aveva riposto le sue speranze non senza critiche.
Un emarginato perché voleva rompere l’ordine costituito, voleva dare libera espressione all’arte, voleva dare il suo contributo nella lettura di un Italia alle prese con l’industrializzazione e la forte ripresa economica del dopoguerra.
Un emarginato perché non parlava mai per conto di qualcuno o di qualcosa, allergico a qualsiasi forma di potere sfuggiva dall’ermeneutica moralistica di quel tempo trovando dimora prima di tutto nei versi, nella prosa e nella poesia.
In una intervista rilasciata a La Stampa il 12 Luglio del 1968 Pasolini afferma una delle sue convinzioni più chiare che palesa non solo la sua gioia di vivere ma anche la sua emarginazione sociale: “Io sto benissimo nel mondo, lo trovo meraviglioso, mi sento attrezzato alla vita, come un gatto. E’ la società borghese che non mi piace. E’ la degenerazione della vita nel mondo. Hitler è stato il tipico prodotto della piccola borghesia. Anche Stalin è un prodotto piccolo borghese”.
Pasolini è prima di tutto un poeta civile, un uomo di lettere che ha però ribaltato la concezione classica dell’intellettuale tutto cervello, egli concepiva il suo essere lettarato come occasione per mettere in gioco non solo la sua mente ma anche il suo corpo, i suoi sentimenti e perché no la sua stessa anima.
Nelle sue opere si intravede in modo consistente un suo essere romantico, era un cantore della morte e della distruzione, era la voce degli ultimi della storia, di quelle vite emarginate come lui alle quali non era concesso di godere della ripresa economica del paese.
Era il poeta civile della tragedia e possiamo dire con enorme convinzione che potrebbe essere accostato a Dante e Petrarca.
Era un uomo a cui piaceva dare scandalo e l’ironia della sorte ha voluto che lui stesso desse una definizione dello scandalo a poche ore dal suo omicidio. Rilasciando una dichiarazione al secondo canale della televisione francese il 31 Ottobre del 1975 disse: “Io penso che dare scandalo sia un diritto, essere scandalizzati un piacere e chi rifiuta il piacere di essere scandalizzato un moralista”. Fu la sua morte ad aver destato scandalo più di ogni altra sua azione in vita.
Pensare Pasolini al di fuori di una realtà localizzata è impensabile. Egli cerca i modi in cui l’essere nel mondo degli uomini e l’ambiente si uniscono in un paesaggio composito, determinando transazioni sociali, tradizioni e linguaggi. Ed è appunto in questi luoghi naturali e culturali che assume forma e spessore il classico binomio identità – differenza. E’ la vita stessa per Pasolini ad essere plurale, un groviglio di tradizioni, paesaggi, luoghi e cultura che si unificano sempre in modo unico e dove è difficile, se non impossibile, scorgerne la sintesi.
Per questo rifiutava ogni pensiero totalizzante e oligarchico, per questo aveva compreso che il mondo che lo circondava spendeva le sue energie a creare maschere che nascondessero la genuinità e la verità a vantaggio di interessi di classe. Ed il suo sforzo che lo ha portato all’emarginazione è stato proprio quello di far cadere le maschere, l’ipocrisia. Rimarrà nella storia dei tempi una sua celebre frase che ritroviamo in Bestemmia: “Sei così ipocrita che come l’ipocrisia ti avrà ucciso, sarai all’inferno e ti crederai in paradiso”.
Un emarginato, un corsaro e un essere contraddittorio come lui stesso si definisce, riconoscendo i suoi limiti. Un uomo scomodo che proprio per questo e la sua brillante e prolifica produzione culturale ha subito 33 processi senza riportare condanna alcuna.
In Vie Nuove del 1964 Pasolini dice: “Il mio pessimismo mi spinge a vedere un futuro nero, intollerabile a uno sguardo umanistico, dominato da un neo imperialismo dalle forme in realtà imprevedibili”. Dieci anni dopo in un intervista che gli fece Enzo Biagi Pasolini si dichiarò senza speranza, ed ecco allora che il poeta civile diventa profeta, ossia colui che si fa carico della realtà storica.
Un profeta perché è un lettore del presente e coglie lo spessore degli eventi rapportandolo al futuro, laico perché senza pregiudizi. Un profeta laico che ci fa affermare quanto ancora sia attuale il suo pensiero e quanto vergognosa sia ancora la sua emarginazione anche nelle scuole.
Pasolini amava spesso dire che la morte non è nel non comunicare ma nel non essere più compresi, con questa frase ci lascia un testamento laico e umanistico che dovrebbe spingere tutti all’apertura all’altro, alla curiosità delle differenze e alla comprensione del diverso. Una lezione di vita che il nostro mondo e la nostra società italiana non hanno ancora imparato.
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